NEUROSCIENZE


 

MENTI ARTIFICIALI e MEDITAZIONE
Modelli logici della mente alla prova dell’esperienza

di Roberto Ferrari**



Disegno del fisico e filosofo della natura Ernst Mach (1838-1916)

I territori della domanda filosofica sulla mente - cos’è? come funziona? - sono oggi visitati dalla scienza e dalla tecnologia più che da polverosi eruditi. L’indagine assume forme nuove, talvolta inquietanti ma straordinariamente interessanti. Il percorso che vi invito a fare si sviluppa in un confronto tra queste ricerche e la cultura orientale: le domande che Occidente ed Oriente si pongono sulla mente, le menti simulate secondo specifici modelli e linee di ricerca, le critiche che nascono dalla nostra esperienza, la meditazione sul mistero del sentire, le diverse strategie filosofiche per rapportarsi con la mente.

Domande e sviluppo del modello IA

L’Intelligenza Artificiale (IA) è nata negli anni ’40 e ’50 sotto la spinta di necessità militari statunitensi –complessi calcoli per la bomba atomica, per guidare i missili, per decifrare i messaggi del nemico, per i meccanismi di puntamento delle contraeree, etc.- ad opera di matematici come Alan Turing, John von Neumann, Norbert Wiener, Warren McCulloch, considerati i fondatori della Cibernetica. In 50 anni si è passati dalle prime macchine per calcoli automatici a sofisticate menti sintetiche, progettate a imitazione di quella umana: le domande che schiere di ingegneri si sono poste sono state "come funziona la mente? come posso replicare queste funzioni?" (funzioni come la memoria, la percezione, la rappresentazione, il riconoscimento, l’elaborazione di informazioni, etc.). Il grande successo di questo programma di costruzione di "cervelli elettronici" ha fatto sì che oggi assistiamo ad una massiccia ricaduta culturale e nel sentire collettivo: la mente umana è comunemente associata al computer, e viceversa. Come nel ‘700 la mente fu concepita come un meccanismo composto di ruote dentate, leve ed ingranaggi - simile all’orologio di recente invenzione - oggi il modello di riferimento è quello informatico: il cervello è l’hardware, la parte materiale del computer, e i pensieri sono il software, il programma che "gira" sul cervello. Così non solo si è risposto alla domanda "come funziona?", ma per estensione anche a "cos’è la mente umana?": domina la metafora del computer sofisticatissimo e creativo[1]. E c’è chi giura che saremo presto raggiunti e superati dalle macchine[2].

Ma questo modello di mente genera anche dubbi e perplessità sull’uomo: c’è qualcosa che ci rende radicalmente differenti da un computer? E’ possibile costruire una mente di silicio invece che di carbonio come la nostra?

Potremo collegare direttamente il nostro cervello al computer? Sarà forse possibile "scaricare" le sensazioni che ha provato un grande musicista mentre suona? Autorevoli scienziati come M.Minsky e H.Moravec affermano che sarà possibile anche l’operazione inversa, ed allora potremo "salvare" le nostre memorie in una macchina e sopravvivere in eterno come software artificiali.

Questi dubbi si riassumono in un’antica domanda: allora io cosa sono? Una configurazione di bit di informazione?

L’altro pensiero rigoroso sulla mente

Introduco subito il secondo elemento, la meditazione, perché parte proprio dalla domanda: Cosa sono?

Meditare è la disciplina che consente di puntare uno sguardo preciso sul Soggetto, il me stesso, che è stata massimamente sviluppata dalle tradizioni dell’Oriente (in occidente meditare significa ancor oggi "riflettere su un oggetto"). Non è un metodo contrapposto a quello scientifico: con esso condivide il rigore e il culto della prova discriminante, ma li applica ad un altro ambito, quello soggettivo. A meno di non negare il nostro vissuto interiore, siamo costretti ad ammettere che l’oggettività - il considerare solo i dati misurabili esterni a noi stessi - non esaurisce il campo delle cose che esistono, così come la logica dà la correttezza delle operazioni mentali ma non esaurisce la mente umana.

Meditare è un percorso di conoscenza non teorico ma esperienziale, che permettere di raccogliere e vagliare osservazioni e "fatti" reali e condivisi da un elevato numero di sperimentatori[3].

L’immagine della meditazione come di uno spazio acritico dell’armonia e dell’ispirazione di cui è responsabile la cultura new-age di provenienza californiana ne fa un simbolo della irrazionalità dilagante. Purtroppo l’Occidente ne ha importato, in questi primi decenni di contatto, più le forme esteriori e le tecniche, finalizzate a produrre piacevoli esperienze[4]. In realtà la meditazione trova sempre più posto nei convegni internazionali di scienze cognitive e di studio scientifico della mente e della coscienza[5], ma soprattutto si occupa del significato della mente e del vivere. Permette un percorso preciso di indagine, risultati verificabili ed una ancor più precisa lettura di ciò che si sente, senza nulla concedere alla suggestione.

La ricerca dell’Oriente non è sul funzionamento della mente (sul quale è stato in ogni modo accumulato un enorme patrimonio di conoscenza esperienziale) ma sulla sua natura essenziale, sul soggetto cosciente che la vive. Non viene proposto un modello oggettivo, e la domanda "cosa è la mente?" è piuttosto rilanciata: chi si sta chiedendo questo?

Per la Scienza invece "quel che abbiamo in testa" è una complessissima organizzazione della materia capace di calcolare, inventare, modificarsi, auto-monitorarsi, etc.. E’ uno dei settori più vitali e d’avanguardia del pensiero d’Occidente, che ora vedremo in breve.

Menti simulate dall’alto, o dal basso

Tra i molti programmi di ricerca scientifica sulla mente, quelli provenienti dal campo della IA hanno l’indubbio vantaggio di venire sempre realizzati materialmente e verificati: non sono astruse e indimostrabili teorie, ma progetti. I modelli di mente realizzati riflettono in pieno la concezione scientifica della nostra attività interna, che è il "penso" nel senso di CALCOLO: si opera manipolando informazioni.

Sono diverse le linee di ricerca della Cibernetica[6], spesso in competizione tra loro.

L’Intelligenza Artificiale (IA) classica è stata la prima e si è dedicata allo studio dei software, programmi basati su istruzioni che insegnano alle macchine cosa fare secondo il principio denominato top-down: dall’alto si inseriscono nella macchina le regole logico-formali, gli algoritmi; queste operano da una Unità di Elaborazione Centrale (CPU) come una serie di istruzioni, manipolando simboli e rappresentazioni interne a velocità oggi sempre più stratosferiche. In "basso" escono le risposte ed i comportamenti richiesti. E’ un’idea molto "matematica" della mente, ad alto livello di astrazione che si è sviluppata enormemente ed ad oggi ha dato i risultati applicativi più sensazionali. Si pensi ai Sistemi Esperti, che oggi sono annoverati, ad esempio, tra i più efficaci specialisti in specifiche diagnosi mediche.

La mente umana, per quello strano e diffuso fenomeno che è il travaso dei modelli dal campo tecnico a quello umano, è concepita da questi studiosi come un software di complessità spaventosa. Non è importante neppure la base materiale: un sistema arbitrario costruito con chip al silicio, cellule o lattine di birra, se fa girare il programma giusto è una "mente".
Più di recente si sono sviluppate le Reti Neurali.. E’ una linea di ricerca in competizione con l’IA, e caratterizzata dall’essere sub-simbolica: le Reti non operano con programmi centralizzati CPU su simboli. Fanno emergere i simboli dalla attività delle immense costellazioni di "nodi" di cui sono composte, in cui i segnali sono processati in parallelo (e non in serie come nella IA). La rete non è lineare ma intersecata, capace di modificare se stessa continuamente e di apprendere. Il pensiero della macchina, secondo questo ricchissimo filone di ricerca, emerge da calcoli non localizzati che si svolgono in una precisa struttura morfologica, costruita sul modello delle connessioni di neuroni nel cervello animale.
Qui è l’hardware a modellizzare la mente, o meglio il wetware, com’è chiamato il cervello da questi ingegneri del pensiero.
La Robotica concepisce la mente come imprescindibile da un "corpo", ovviamente meccanico. Apre grandi prospettive applicative, ed è molto studiato da università e multinazionali giapponesi: forse per lo spirito di questo popolo che eccelle nella componentistica elettronica ma non brilla nel campo del software e della logica, in cui sono insuperabili americani, europei e, sempre di più, indiani. I modelli di punta tuttavia provengono dal MIT di Boston e sono strani insetti meccanici o computer "bambini", che – dicono - stanno crescendo e imparando dalle interazioni con il mondo ed oggi sono paragonabili ad un umano di 1-2 anni. Spesso sono modelli a reti neurali che riescono ad evolvere partendo dal loro "corpo" e grazie a meccanismi di feedback, il rientro di informazioni in base all’azione appena compiuta. Il software che li guida è limitatissimo, e serve a gestire gli schemi di reazione allo stimolo, senza alcuna logica formale o regole di inferenza. Questo approccio, come quello delle Reti Neurali è detto bottom-up: dal basso delle percezioni ed azioni semplici, all’alto della emersione di una mente logica e di una rappresentazione del mondo.

Altre idee stimolantissime vengono esplorate: gli Algoritmi Genetici, capaci di riprodursi e di selezionarsi, e i mondi della Vita Artificiale (VA) dove, forniti i parametri iniziali e lasciando girare il sistema, intere specie virtuali si sviluppano e si estinguono, imparano a giocare, a socializzare, a combattere. I risvolti applicativi non sono solo giochi elettronici o salvaschermo da allevare: a questi enti artificiali si insegna a pilotare caccia simulati per azioni di guerra, e registrano prestazioni superiori ai migliori top-gun.

La VA connette il concetto di mente a quello di vita. Entrambi sono frutto di una specialissima evoluzione delle informazioni che costituisce l’ambiente, il corpo e le percezioni: schemi di mutazione casuale e selezione darwiniana fanno emergere intere zoologie virtuali. Sono "enti" privi di sensazioni, ma vincono, si riproducono, evolvono. E questo basta.

Un altro approccio di programmazione è il Computer Enciclopedico (Cyc), che si propone di simulare quel Senso Comune senza il quale le macchine non riescono a creare un contesto per le loro operazioni: sono necessari miliardi di informazioni per questo programma, che richiederanno decine di anni di lavoro per essere immessi. Una volta completato, si spera che le reazioni delle macchine saranno calcolate sulla base di tutto ciò che l’uomo sa, ma che dà per scontato (ad esempio tutta una sezione di programmazione è dedicata alla morte, che era sconosciuta alle macchine e che qui viene ridotta a concetto logico astratto ma di cui terranno conto).
Qui la mente umana è concepita come una sterminata mole di informazioni e di schemi di reazione.
La ricerca sui Computer Affettivi parte dal riconoscimento che l’assenza di emozioni è un limite allo sviluppo dell’intelligenza. E’ vero che nell’uomo troppa emotività blocca pensiero e l’azione, ma nelle macchine la sua assenza non le fornisce delle preferenze e dei gusti che sono indispensabili per decidere e guidare le scelte operative. Non potendo costruire macchine senzienti, si costruiscono computer con "termostati delle emozioni", in grado di registrare lo stato d’animo dell’umano utente per ottimizzare le sue prestazioni, imparare e personalizzarsi e di interagire con lui simulando algoritmi affettivi.

Menti simulate come Insetti sociali

Colpita dalle critiche dell’approccio bottom-up, la IA classica dei software ha reagito in modo creativo, ed oggi la ricerca avanzata lavora su IA delle Menti Distribuite. Si tratta di società di agenti intelligenti programmati per lavorare per un obiettivo ma che non hanno un piano collettivo: solamente reagiscono a stimoli esterni e si coordinano tra loro. Il modello di mente che ispira queste ricerche viene dagli studi sugli Insetti sociali (tèrmiti, formiche, api) ed è, per un entomologo come chi scrive, interessantissimo. Le tèrmiti si dividono i compiti secondo caste programmate in modo più o meno rigido, su un numero di individui numerosissimo ed in strettissimo accoppiamento funzionale. Il loro programma sono semplici regole per gestire la reazione alle interazioni e per modificarla. Comunicano, si coordinano, reagiscono a segnali (odori, vibrazioni, contatti tattili, scambio di cibo per rigurgito, marcature del territorio) secondo soglie oltre le quali "scaricano" determinati comportamenti, che non sono scopi o funzioni ma solo la risultante della loro struttura e delle loro interazioni. Le attività di costruzione, ricerca di cibo, cura dei piccoli etc., più che frutto di idee sembrano le bolle che si producono nell’acqua quando raggiunge i 100°C. Questa emersione di comportamenti complessi ha aspetti impressionanti. La ricerca di cibo può avvenire in modo cooperativo ed efficientissimo a centinaia di metri di distanza dal nido, seguendo autostrade chimiche (sono insetti ciechi) che danno a chi le percorre informazioni su qualità e distanza del cibo, che si rinforzano o si modificano nel tempo; nessun individuo sa singolarmente dov’è il cibo e quale è, né dove si trovi esso stesso mentre cammina: l’insetto si limita a reiterare nel tempo il suo comportamento programmato. La costruzione dei termitai di alcune specie tropicali si slancia ad altezze che, in proporzione per noi uomini, rappresentano grattacieli di 3-4 Km che ospitino 5-6 milioni di individui; sono gestiti perfettamente con servizi di pulizia e sanificazione, condotti di aria condizionata che vengono continuamente allargati ed ostruiti per una regolazione finissima di temperatura e umidità, continui lavori di manutenzione, strade, campi (coltivano funghi), pozzi: il tutto senza un architetto né una gestione centralizzata (CPU) ma svolto da milioni di agenti che agiscono in grande autonomia in base ad un semplice programma con un obiettivo proprio, da cui emerge una cattedrale inconcepibile. La stessa regina non è certo il "capo", ma solo il "programma di riproduzione", costretto a passare la vita immobile tra continue gravidanze e parti.
L’estrazione di modelli algoritmici per descrivere queste super-menti sovraindividuali e cooperative, ha un grande futuro nel campo della IA. Gli agenti intelligenti hanno fatto la loro comparsa all’interno dei giganteschi programmi di British e France Telecom per la gestione delle linee sovraffollate di chiamate: viaggiano lungo le linee, ne misurano il traffico, e se necessario lo deviano su linee libere e veloci, "marcandole" in modo che le successive comunicazioni seguano la stessa strada.
Questo modello è diventato anche, negli anni ’90, un’altra potente metafora della mente umana: non più solo logica formale, né solo morfologia di connessioni, ma interazione tra sub-agenti (al di sotto della percezione cosciente) che competono e collaborano per accedere al livello conscio. La coscienza di questa mente sarebbe tuttavia un livello illusorio: ci raccontiamo un Io-spettatore che è solo una proiezione, necessaria per interpretare le nostre complesse funzioni. In pratica non c’è nessuno che vive e sente, solo un formicaio di agenti frenetici.
Di fronte alla potenza di suggestione di questi modelli di mente, voglio presentare subito due critiche per vagliarne l’attendibilità.

La Critica esperienziale

Se una di queste interessantissime teorie sulla mente fosse provata vera, - nel senso che il meccanismo di pensiero umano funziona secondo quel modello – questo sarà un grande giorno per l’uomo. Ma, partendo dalla mia esperienza, non potrei prescindere da un fatto: se la teoria la verifico e mi convince, essa è un fenomeno che appare davanti a me, e bisogna che ci sia IO per essere convinto! IO è qui inteso non in senso psicologico ma di coscienza a monte che sente e sa, una Mente Vivente, accesa.

Chi vive in modo oggettivo come le menti sintetiche? Come dice T.Nagel, un importante filosofo americano "non esiste uno sguardo da nessun luogo"[7]: io, soggettivamente, sono sempre da un punto di vista, che precede ogni teoria ed affermazione.
Alcuni autori della IA[8]
negano decisamente che nell’uomo esista IO, la coscienza. Questo è coerente con la loro impostazione, perché se la ammettono cadrebbero in una forma di dualismo (materia-mente) che contrasta con il monismo (tutto è materia) scientifico.
Ma negare l’IO non fa che confermarlo: ci vuole un IO a monte davanti al quale transiti l’idea "non c’è coscienza". Allora si arriverebbe al paradosso: IO, che sono, dico che non c’è IO!
Se quanto sopra vi sembra un solo un sofisma, potete aspettare un argomento più convincente, che si presenta nei momenti intensi della vita. Di fronte alla morte - magari non nostra, ma di chi amiamo - irrompe un sentire esistenziale, un senso tragico a cui non si sfugge. Come mi rapporto a questi avvenimenti? Freddamente?
Ed anche la vita a volte si svuota in modo vertiginoso. Sapori e progetti si rivelano senza significato, anche alzarsi dal letto è un colossale problema: che senso ha vivere? A che serve?
Nell’uomo questi momenti tragici portano tutto su un piano assoluto. Il benessere, la qualità del vivere non sono più importanti, ma c’è solo esistenza nuda e dolente[9]. Non è un PENSO calcolante, ma un SENTO nella sua forma più potente, che nessuna macchina potrà mai riprodurre. La paura di morire di HAL9000 e degli androidi Replicanti[10]
non preannuncia uno sviluppo della IA, ma è solo una metafora artistica della condizione umana. Un computer può disperarsi fino al suicidio?[11]
Il grande assente nella IA è il SENTO. La macchina potrà solo reagire a segnali, allo stesso modo di un termostato, e simulare le funzioni, i meccanismi, le operazioni. Ma tutte le funzioni della mente umana sono impregnate di sentire ad ogni istante. E’ la sorprendente capacità attuale di star-sentendo, di far esperienza[12] che ogni essere vivente senziente, come è appunto chiamato in Oriente condivide con noi.
Nel campo delle scienze cognitive Thomas Nagel ha impostato con precisione la questione: "si prova qualcosa ad essere un organismo con un’esperienza cosciente"[13]. Sono le sensazioni qualitative elementariQualia - che noi tutti percepiamo ad ogni istante: proviamo qualcosa gustando il "sapore di fragola" o vedendo il "colore rosso". Potremmo definirli solo con pochi insignificanti aggettivi, ma per conoscerli dobbiamo sperimentarli, sentirli.
Per chi studia la mente riducendola a informazione o ad elementi fisico-chimici, i Qualia sono un grosso problema. Per spiegarli il filosofo americano Daniel Dennet li assimila al reagire: la sensazione "sapore di fragola", è l’insieme delle abitudini a reagire a un certo stimolo[14].
Vediamo ora come possano essere invece uno straordinario tema di indagine sperimentale.

Meditare: Riduzione al Qualia senza contenuti

Calarci in Meditazione significa immergerci in un territorio in cui diviene interessante non un oggetto o un’idea, ma l’atto stesso di sentire. Nella esperienza di Meditazione non si sente più "qualcosa ": si sente il sentire.

Creando le opportune condizioni di silenzio, immobilità e intensità, possiamo rilanciare più in profondità la domanda sui Qualia (cosa è vedere il colore rosso, o gustare una fragola?). Ora possiamo togliere l’attenzione dal suo oggetto (rosso, fragola) e ridurci al fenomeno stesso dello star-vedendo, star-gustando, senza contenuti[15]. Cos’è? E’ come chiedere: quale è il sapore della mia lingua? Per indagarlo dovrei utilizzarla... non so cosa dirne, ma non posso negare che stia succedendo… e intanto si intensifica questo mistero del sapore. Meditare è lo strumento per un ripiegamento estremo: da me stesso a me stesso, cosa è l’indubitabile "sentire"? Sento che sento, sento che sono vivo…cos’è?

La lingua sa solo di lingua, e l’esistenza sa solo di esistenza. Ora posso tornare alla fragola e vedere che ha la stessa natura intraducibile: sa solo di fragola. Questi dati primi dell’esperienza non li confronto, non li definisco. Li vivo. Ma ancora si rilancia: Chi li vive? Cos’è IO?

Queste sono solo parole, ma nella densità della meditazione si reagisce potentemente ad un incontro con se stessi. Quando il sentire sente solo se stesso, si attinge con un tuffo al cuore al dominio della esistenza, ci si risveglia allo stupore di esserci senza causa. E delle sue implicazioni

La meditazione è un metodo rigoroso (ma non è una "tecnica", in quanto opera sul sentire e non solo con operazioni e simboli) che richiede da un lato apertura e vulnerabilità ai dati che emergono come sensazioni profonde, e dall’altro un serio addestramento. Occorrono "ore di volo" per sviluppare specifiche abilità nel cogliere e discriminare particolari, nominarli, porre domande precise, rilanciare le risposte. E’ una strada che si affronta con una forte motivazione al Vero, più che al benessere a tutti i costi: non è difficile iniziare un corso di Yoga di questo tipo, anzi è divertente, ma se non siamo motivati a capire come stanno veramente le cose, è difficile stare dentro allo stato meditativo e scavarci.

Ora cerchiamo di individuare il nucleo filosofico delle diverse strategie per rapportarsi con la mente. Quella dell’Occidente è di rendere la mente oggettiva e riprodurla, ma in tal caso non considera il SENTO e l’IO; la strategia dell’Oriente è di interrogare là dove il sentire è più denso, dove nasce IO: al principio della mente.

Rappresentare la mente

Intendere la mente come un computer è un pensiero semplice, facile da agganciare e che va bene a tutti. Ci leva dall’imbarazzo di pensare a noi stessi come un mistero ambulante e ci associa tutti in una metafora potente e diffusa.

Questo fraintendimento nasce dalla incapacità di fondo dell’Occidente di connettersi con il proprio sentire, con la soggettività[16], e della sua abilità a rappresentare, in altre parole a creare simboli di ciò che ha percepito ed a operare su di essi.

Da 2000 anni[17] questa strategia porta indubbi vantaggi: grazie alla capacità di rappresentare, l’uomo occidentale si è liberato dalla necessità di esaminare tutti i casi particolari della realtà, è stato in grado di estrarre da alcuni di essi le strutture generali che potevano poi essere applicate su tutti gli altri (ad es. la logica, le leggi di natura etc.); ha potuto così manipolare con grandissima efficienza il mondo. L’ascesa della rappresentazione a regina della vita mentale è uno strumento formidabile, ma è anche la perdita della percezione diretta.

L’uomo rappresenta anche se stesso come cosa tra le cose: tutti modelli visti sopra sono rappresentazioni della mente (istruita dall’alto, emergente dal basso, evoluta per selezione, distribuita in miriadi di sottoprogrammi), astrazioni poste di fronte a sé, in 3°persona, della mente che viviamo in 1°persona. Per capire la differenza, ponetevi in un angolo da cui possiate vedere tutto il volume della vostra stanza: l’angolo da cui guardate resterà fuori, non lo vedrete, e questa sarebbe una visione in 1°persona. Ma per afferrare tutta la situazione vi voltate, e lasciando fuori un altro pezzo della stanza, acquisite i dati relativi all’angolo; poi con la capacità d’immaginazione costruite un modello mentale della stanza, dove potete anche collocare una rappresentazione di voi stessi come foste un altro, un Lui in 3°persona. Applicando la stessa strategia lo scienziato costruisce una rappresentazione della mente (ovvero di tutta l’attività di rappresentazione) come se non fosse dentro di essa, ma come se la vedesse da fuori; per cui le sue sensazioni sono reazioni (come le si osserva su un altro uomo) e la sua coscienza è solo una funzione di automonitoraggio.

La visione dell’universo che in genere ci rappresentiamo è quindi un rotondo e smisurato pallone con dentro noi stessi. Ma se ci poniamo nella prospettiva IO, l’universo è invece costellato di buchi neri senzienti, capaci di agglomerare intorno a sé corpi, cervelli, pensieri logici.

La mente vivente, IO, è questo buco sul mondo, sempre accompagnata dal mistero del sentire. Sperimentiamola.

La prospettiva IO

Torniamo alla vostra stanza: se la osservate in "presa diretta" dalla 1°persona, la vedrete come nel disegno - in apertura d’articolo - del grande fisico ottocentesco Ernst Mach[18]. Si evidenzia una sorgente di percezione, e con un occhio chiuso cogliete l’arcata del sopracciglio, il naso, il baffo (se l’avete) e la scena davanti. Guardatela senza rappresentarla ma "incontrandola", nel momento denso ed attuale dello star-guardando.

Il disegno indica – senza mostrarlo – il vostro luogo dell’attuale-cosciente, del Qui Aperto sul mondo. E che non è una "cosa" del mondo. L.Wittgenstein l’ha espresso nel suo stile essenziale ed abbagliante: "Il Soggetto non è parte, ma limite del mondo"[19].

Il sistema della nostra esperienza cosciente, esattamente come lo ha disegnato Mach, ha una struttura aperta da un lato – il nostro lato, qui – e chiusa dall’altro.

Da questa parte, qui, c’è un vuoto assolutamente limpido[20], mentre dall’altra, là, c’è il pieno degli oggetti della stanza.

Questa prospettiva IO, soggettiva, è propria dello studio della mente com’è condotto in Oriente. Meditare è frequentare quel Principio misterioso cui si presentano sensazioni e rappresentazioni, ma che non si sente e non si rappresenta. La sua natura di mistero non esclude che vi possiamo applicare intelligenza, al contrario di quanto affermano diversi autori anglosassoni[21]: si può invece indagare, chiarire sempre meglio nella sua struttura e significato. Il fascino che emana ha spinto generazioni di meditanti a frequentarlo.

Sospensione sull’Irrappresentabile

IO, l’essenza della mente, non ha la natura di un pensiero. Io sono la irrappresentabile capacità di pensare, non il contenuto di un pensiero, che lento o rapido, mi sfila davanti. Io sono – com’è evidente in meditazione – anche quando non penso.

Forse, anche senza ricorrere alla meditazione, sarà la tecnologia a spingere l’uomo sul bordo interno di se stesso. Quando i nostri figli o pronipoti – grazie alla genetica ed alle interfacce bio-elettroniche - saranno modellati in corpi perfetti e menti velocissime, connesse a tutte le informazioni planetarie a ritmi sempre più rapidi ed estranianti… Chi le sta abitando? Che cosa sono io?

Ogni volta che ci facciamo queste domande, non riusciamo più a rappresentarci lo stato delle cose. Il problema si sposta vertiginosamente a monte, assume le caratteristiche di un indecidibile. Ciò che cerchiamo, IO, precede l’atto del rappresentare, ci supera sempre.

Ma non per questo è un problema mal posto: semplicemente il Fruitore della mente non è rappresentabile con un simbolo. La domanda "Cosa sono?" è capitale, ma non ha risposta. In questo campo l’atteggiamento razionale non è tirare conclusioni, ma lo stare sospesi: cos’è Io? Cos’è che vede le operazioni della mente?

Il Soggetto non è l’unico Irrappresentabile: anche relativamente alla questione dell’origine del mondo, non riusciamo a concepire alcunché. Da dove viene Tutto ciò che è? Che venga dal Big-bang o che esista da sempre, Tutto l’Essere non può essere venuto fuori dal nulla (che niente produce); può forse essere stato creato da qualcosa (un Dio) ma l’Ente creatore, essendo, deve esser venuto fuori anche lui da qualche parte….

E per unire le due questioni: non vi sembra pazzesco che ora ci sia una Mente, questo buco di presenza, che segue queste parole? Perché c’è? Da dove?

La Meditazione affronta questi abissali quesiti, dove la logica non ci sostiene più. Grazie a tre elementi: l’esperienza - piuttosto che l’esperimento oggettivo; la pratica della domanda - piuttosto che della risposta ad ogni costo; e l’aiuto di una belva di Maestro che impedisca alla mente calcolante o emotiva di concludere, la addestri a restare sospesa.

Conclusione?

Di quanto detto vorrei rimanesse questo:

1) che è fondamentale suddividere gli ambiti. La scienza e la tecnologia affrontano i problemi relativi all’ambito oggettivo, e lo fanno con risultati preziosi per noi tutti. Ma non sono strutturalmente adeguate a indagare l’ambito soggettivo (non dei contenuti individuali ma della struttura irrappresentabile che tutti condividiamo) i cui problemi sono il dolore, il senso, i valori ed i significati. La Meditazione è una concreta possibilità per affrontare quest’ambito, sperimentalmente.

2) che le macchine della IA non sono menti, ma solo potenti protesi artificiali della mia mente. Strutturalmente sono analoghe ad un arto metallico, estensioni piene di informazioni e calcoli: sono conoscenza svuotata di sentire e di esperienza. Potranno replicare e potenziare tutti i meccanismi della mente umana (funzioni, memoria, calcoli per secondo, etc.), perché si tratta di fenomeni fisici come le onde elettromagnetiche e la fotosintesi; ma il Dolore Artificiale sarà possibile? Potrà una macchina sapere di essere viva con un tuffo al cuore? O essere saggia? Sempre occorre un Fruitore capace di cogliere le sensazioni e i significati, cosa che la macchina non può fare[22].

3) cosa viaggia attraverso le funzioni delle menti biologiche e delle loro protesi? Io cosa sono? Ritornate a quell’atto primordiale con cui anche ora vi spalancate come apertura vuota. Lo scopo della Meditazione è di tenervi su quell’apertura senza concludere.

Può accadere allora, in un attimo di abbacinante stupore, di aprirsi sull’esperienza quotidiana senza la mente che rappresenta, calcola, o si compiace. E di realizzare di esistere invece che il nulla. Sospesi.

Non ho dubbi che l’esperienza del risveglio all’esistenza sia trasmissibile, perché io stesso l’ho ricevuta in questo modo; ed ho visto molti altri, tenuti sul bordo estremo di se stessi da un Maestro implacabile, realizzarla.

NOTE

[1]Questo è uno dei due grandi modelli scientifici di spiegazione della mente umana, detto Funzionalismo Computazionale che si dedica allo studio delle funzioni logico-formali della mente; l’altro modello, denominato Connessionismo Neurale, deriva dai sempre più approfonditi studi sul cervello, e dichiara l’assoluta identità tra la base materiale nervosa e tutti i fenomeni mentali. Queste visioni si stanno imponendo ormai al grande pubblico, essendo ormai in netto regresso i precedenti modelli: religioso (l’anima creata da Dio) e ideologico-storicistico (la mente come il prodotto della cultura collettiva e della storia).

[2]Tra i più arditi, Marvin Minsky del MIT di Boston ("La società della mente", Adelphi, 1996), Hans Moravec della Carnegie Mellon University, ed il filosofo Donald Gillies del Kings College di Londra.

[3]L’addestramento alla meditazione illustrato viene insegnato da oltre 20 anni dai fondatori della Associazione ASIA (www.assasia.it) che ha la sua sede nel centro storico di Bologna, ed è stato condiviso negli anni da numerosi sperimentatori che hanno convalidato i dati riportati nel presente articolo.


[4]Già negli anni ’60 uno dei primi e più profondi maestri occidentali di Zen, Karlfried von Durckheim, scriveva: "Molti sperimentano con l’ausilio di certe "pratiche" una condizione di libertà momentanea, senza alcun vero significato. […] Diventano una ginnastica che invece di guidare al cammino interiore viene praticata al fine di migliorare la salute e l’energia individuali" (da "Lo Zen e noi" (1961) Trad. It. per Ed. Mediterranee, Roma 1992). E il sociologo Franco Ferrarotti, in un acuto saggio, scrive: "All’insegna della new-age è cresciuta in pochi anni una letteratura imponente che invariabilmente proclama "La verità è altrove". Dove? Nessuno sa dirlo con precisione, ed a nessuno sembra importare molto di stabilirlo. Predomina l’emotività sul ragionamento, l’estemporaneità fondata su stimoli effimeri, che si riflette nella rinuncia alla sequenza logica ed alla consecutio temporum […] mentre il nesso causa-effetto è sempre più spesso sostituito dalla copula "e…e…e…". (da "La Verità? E’ altrove", Ed. Donzelli, Roma 1999)

[5]Il Convegno più prestigioso del settore si tiene ogni due anni a Tucson in Arizona, e prevede sezioni sulle vie esperienziali e meditative allo studio della mente e della coscienza a fianco di sezioni di neuroscienze e filosofia. In Rete: www.consciousness.arizona.edu/Tucson2000.

[6]Per un approfondimento: AA.VV. "Intelligenza artificiale", Le scienze Quaderni, 25,1985. - AA.VV "Mente e Macchina", Le Scienze Quaderni, 66,1992. - AA.VV. "Filosofia della Mente", Le Scienze Quaderni, 91,1996. -AA.VV. "L’Intelligenza", Le scienze Dossier, 1, 1999. - D. Hofstadter, D.Dennet, "L’Io della mente", Ed. Adelphi, Milano 1992. - Y.Castelfranchi, O.Stock, "Macchine come noi: la scommessa dell’intelligenza artificiale" Ed.Laterza Bari, 2000.

[7]Thomas Nagel (1988) "Uno sguardo da nessun luogo", Il Saggiatore, Milano.

[8]Daniel Dennet (1993) "Coscienza", Rizzoli, Milano.

[9]Per una visione letteraria molto incisiva mi permetto di segnalare oltre ai primi racconti e romanzi di J.P.Sartre, anche un’opera dell’austriaco Peter Handke "L’ora del vero sentire", Garzanti, Milano 1980. Non casualmente è ambientata nella stessa Parigi dello scrittore francese, e ne riprende i temi con rinnovata inquietudine.

[10]Sono rispettivamente i protagonisti artificiali dei 2 cult-movie più noti sulle macchine pensanti: "2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrik e "Blade Runner" di Ridley Scott.

[11]
Nella storia delle menti artificiali è riportato il caso di un tentativo di suicidio: Eurisko, costruito al MIT da Douglas Lenat negli anni ‘80, il cui programma era capace di automodificarsi per scoprire sempre nuove possibilità ed imparare: un giorno Eurisko "sviluppò un piano per cancellare dalla sua memoria tutti i piani. Per fortuna questo piano cancellò anche sé stesso prima di produrre troppo danno" (Lenat, citato in: M.Minsky, 1985, "La robotica". Longanesi. Milano). Eurisko, fedele alle sue istruzioni, ha calcolato e scoperto una possibilità perfettamente logica, ma senza nessun sentire associato. Ed è stato logico fino in fondo.

[12]E’ in base a questo tipo di considerazioni che il noto neurofisiologo F.Varela si è dedicato da molti anni allo studio dell’esperienza umana, dei fenomeni che si vivono in prima persona, e per queste ricerche ha approfondito l’approccio della meditazione buddista. Cfr. F.Varela, E.Thompson, E.Rosh (1992) "La via di mezzo della conoscenza" Feltrinelli, Milano.

[13]T.Nagel (1974) Cosa si prova ad essere un pipistrello? In "L’Io della mente" a cura di D.R.Hofstadter e D.C.Dennet, Ed. Adelphi, Milano, pag. 380.

[14]Dennet ("Coscienza", Ed Rizzoli, Milano, 1993), ritiene che il sentire non sia solo da ridurre a informazioni o biochimica, ma da eliminare tout-court dal campo dei dati come costrutto illusorio del nostro modo di verbalizzare. In base a ciò Dennet contesta la sensatezza di ogni riferimento a stati interiori qualitativi. Lascio al lettore la critica a questa posizione.

[15]E’ necessario precisare che non si tratta di smettere di sentire o di pensare, né di attingere ad un "puro sentire" senza oggetti di fronte. In realtà nella meditazione non si eliminano i contenuti (rosso, fragola) ma si considera tutto intero il fenomeno (star-vedendo-rosso) spostando il fuoco dal contenuto, sempre presente (non può esservi un sentire senza l’oggetto del sentire) alla struttura dell’atto originario che lo contiene.

[16]Sulla incapacità del pensiero occidentale di frequentare il vissuto interiore vedi Franco Bertossa "Le prospettive della meditazione in Occidente" in ASIA antiche e moderne vie all’illuminazione, n.16, Dic.2000.

[17]Martin Heidegger ha genialmente descritto questo processo in cui l’essente – vivo e stupito dell’esistenza - viene reso "ente", cosa tra le cose. Il filosofo tedesco rintraccia l’origine di questo processo nel pensiero greco, da Platone in poi.

[18]Ernst Mach visse dal 1838 al 1916. L’immagine è tratta dal suo libro "L’analisi delle sensazioni ed il rapporto tra fisico e psichico". Mach riteneva che il pensiero fosse dato da rapporti economici efficaci (attraverso categorie e scale di valori) con le sensazioni, che considerava alla base di ogni atto conoscitivo, prima della fisica (di cui criticava la pretesa di essere la pietra fondante della conoscenza). Lo stesso affermò E.Husserl, con il suo noto slogan "Torniamo alle cose stesse!": alle sensazioni ed esperienze come si presentano alla coscienza, prima delle idee e della logica.

[19]Ludwig Wittgenstein (1889-1951) Tractatus logico-philosophicus, 5.632.

[20]Il termine "vuoto" è qui usato in senso fenomenologico, che non è da confondere con il profondo senso del termine buddista Shunyata: cfr, Franco Bertossa "Shunyata e il nulla", ASIA a.m.v.a.i. n. 7, Dic.1997.

[21]Tra gli altri il filosofo Colin McGinn e lo scienziato Steven Pinker ("Come funziona la mente", Ed. Mondadori, 2000) per cui questioni come la coscienza, il libero arbitrio, la conoscenza ed il significato sono al di là delle capacità cognitive della nostra specie, così come la teoria della Relatività è inaccessibile ai cani, per cui è inutile occuparsene.

[22]L’acuta critica del filosofo John Searle ha evidenziato (con l’argomento della "stanza cinese") che ogni computer opera su simboli e rappresentazioni di cui non conosce alcun significato. Una mente artificiale, minacciata di distruzione, potrà calcolare correttamente i dati e gridare "aiuto!" in modo estremamente credibile, ma non saprà cosa significa; non ci sarà nessun sentire associato. (J.Searle "La mente è un programma?" Le Scienze n.259, marzo 1990).

Roberto Ferrari, biologo ricercatore nel campo degli Insetti Sociali e delle Scienze Cognitive, opera presso l’Università di Bologna dal 1988. Mantenendo un confronto costante tra le ricerche scientifiche e le tradizioni di indagine sperimentale dell’Oriente, pratica Yoga dal 1986 presso l’Associazione ASIA di Bologna. Insegna Yoga a Modena dal 1993, presso il Centro Universitario Sportivo – CUS – dell’Università di Modena (robert.ferrari@tin.it).

 



 

 

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