MENTI ARTIFICIALI e MEDITAZIONE
Modelli logici della
mente alla prova dell’esperienza
di Roberto Ferrari**

Disegno del fisico e filosofo della natura Ernst Mach
(1838-1916)
I territori della domanda filosofica sulla mente - cos’è? come
funziona? - sono oggi visitati dalla scienza e dalla tecnologia più che
da polverosi eruditi. L’indagine assume forme nuove, talvolta
inquietanti ma straordinariamente interessanti. Il percorso che vi
invito a fare si sviluppa in un confronto tra queste ricerche e la
cultura orientale: le domande che Occidente ed Oriente si pongono
sulla mente, le menti simulate secondo specifici modelli e linee
di ricerca, le critiche che nascono dalla nostra esperienza, la
meditazione sul mistero del sentire, le diverse strategie
filosofiche per rapportarsi con la mente.
Domande e sviluppo del modello IA
L’Intelligenza Artificiale (IA) è nata negli anni ’40 e ’50 sotto
la spinta di necessità militari statunitensi –complessi calcoli per la
bomba atomica, per guidare i missili, per decifrare i messaggi del
nemico, per i meccanismi di puntamento delle contraeree, etc.- ad opera
di matematici come Alan Turing, John von Neumann, Norbert Wiener, Warren
McCulloch, considerati i fondatori della Cibernetica. In 50 anni si è
passati dalle prime macchine per calcoli automatici a sofisticate menti
sintetiche, progettate a imitazione di quella umana: le domande che
schiere di ingegneri si sono poste sono state "come funziona la mente?
come posso replicare queste funzioni?" (funzioni come la memoria, la
percezione, la rappresentazione, il riconoscimento, l’elaborazione di
informazioni, etc.). Il grande successo di questo programma di
costruzione di "cervelli elettronici" ha fatto sì che oggi assistiamo ad
una massiccia ricaduta culturale e nel sentire collettivo: la mente
umana è comunemente associata al computer, e viceversa. Come nel ‘700 la
mente fu concepita come un meccanismo composto di ruote dentate, leve ed
ingranaggi - simile all’orologio di recente invenzione - oggi il modello
di riferimento è quello informatico: il cervello è l’hardware, la
parte materiale del computer, e i pensieri sono il software, il
programma che "gira" sul cervello. Così non solo si è risposto alla
domanda "come funziona?", ma per estensione anche a "cos’è la mente
umana?": domina la metafora del computer sofisticatissimo e creativo[1]. E c’è chi giura che saremo
presto raggiunti e superati dalle macchine[2].
Ma questo modello di mente genera anche dubbi e perplessità
sull’uomo: c’è qualcosa che ci rende radicalmente differenti da un
computer? E’ possibile costruire una mente di silicio invece che di
carbonio come la nostra?
Potremo collegare direttamente il nostro cervello al computer?
Sarà forse possibile "scaricare" le sensazioni che ha provato un grande
musicista mentre suona? Autorevoli scienziati come M.Minsky e H.Moravec
affermano che sarà possibile anche l’operazione inversa, ed allora
potremo "salvare" le nostre memorie in una macchina e sopravvivere in
eterno come software artificiali.
Questi dubbi si riassumono in un’antica domanda: allora io cosa
sono? Una configurazione di bit di informazione?
L’altro pensiero rigoroso sulla mente
Introduco subito il secondo elemento, la meditazione, perché
parte proprio dalla domanda: Cosa sono?
Meditare è la disciplina che consente di puntare uno sguardo
preciso sul Soggetto, il me stesso, che è stata massimamente sviluppata
dalle tradizioni dell’Oriente (in occidente meditare significa ancor
oggi "riflettere su un oggetto"). Non è un metodo contrapposto a quello
scientifico: con esso condivide il rigore e il culto della prova
discriminante, ma li applica ad un altro ambito, quello soggettivo. A
meno di non negare il nostro vissuto interiore, siamo costretti ad
ammettere che l’oggettività - il considerare solo i dati misurabili
esterni a noi stessi - non esaurisce il campo delle cose che esistono,
così come la logica dà la correttezza delle operazioni mentali ma non
esaurisce la mente umana.
Meditare è un percorso di conoscenza non teorico ma
esperienziale, che permettere di raccogliere e vagliare osservazioni e
"fatti" reali e condivisi da un elevato numero di sperimentatori[3].
L’immagine della meditazione come di uno spazio acritico
dell’armonia e dell’ispirazione di cui è responsabile la cultura new-age
di provenienza californiana ne fa un simbolo della irrazionalità
dilagante. Purtroppo l’Occidente ne ha importato, in questi primi
decenni di contatto, più le forme esteriori e le tecniche, finalizzate a
produrre piacevoli esperienze[4]. In realtà la meditazione
trova sempre più posto nei convegni internazionali di scienze cognitive
e di studio scientifico della mente e della coscienza[5], ma soprattutto si occupa del
significato della mente e del vivere. Permette un percorso preciso di
indagine, risultati verificabili ed una ancor più precisa lettura di ciò
che si sente, senza nulla concedere alla suggestione.
La ricerca dell’Oriente non è sul funzionamento della mente (sul
quale è stato in ogni modo accumulato un enorme patrimonio di conoscenza
esperienziale) ma sulla sua natura essenziale, sul soggetto cosciente
che la vive. Non viene proposto un modello oggettivo, e la domanda "cosa
è la mente?" è piuttosto rilanciata: chi si sta chiedendo questo?
Per la Scienza invece "quel che abbiamo in testa" è una
complessissima organizzazione della materia capace di calcolare,
inventare, modificarsi, auto-monitorarsi, etc.. E’ uno dei settori più
vitali e d’avanguardia del pensiero d’Occidente, che ora vedremo in
breve.
Menti simulate dall’alto, o dal basso
Tra i molti programmi di ricerca scientifica sulla mente, quelli
provenienti dal campo della IA hanno l’indubbio vantaggio di venire
sempre realizzati materialmente e verificati: non sono astruse e
indimostrabili teorie, ma progetti. I modelli di mente realizzati
riflettono in pieno la concezione scientifica della nostra attività
interna, che è il "penso" nel senso di CALCOLO: si opera manipolando
informazioni.
Sono diverse le linee di ricerca della Cibernetica[6], spesso in competizione tra
loro.
L’Intelligenza Artificiale (IA) classica è stata la
prima e si è dedicata allo studio dei software, programmi basati
su istruzioni che insegnano alle macchine cosa fare secondo il principio
denominato top-down: dall’alto si inseriscono nella macchina le
regole logico-formali, gli algoritmi; queste operano da una Unità di
Elaborazione Centrale (CPU) come una serie di istruzioni, manipolando
simboli e rappresentazioni interne a velocità oggi sempre più
stratosferiche. In "basso" escono le risposte ed i comportamenti
richiesti. E’ un’idea molto "matematica" della mente, ad alto livello di
astrazione che si è sviluppata enormemente ed ad oggi ha dato i
risultati applicativi più sensazionali. Si pensi ai Sistemi Esperti, che
oggi sono annoverati, ad esempio, tra i più efficaci specialisti in
specifiche diagnosi mediche.
La mente umana, per quello strano e diffuso fenomeno che è il
travaso dei modelli dal campo tecnico a quello umano, è concepita da
questi studiosi come un software di complessità spaventosa. Non è
importante neppure la base materiale: un sistema arbitrario costruito
con chip al silicio, cellule o lattine di birra, se fa girare il
programma giusto è una "mente".
Più di recente si sono sviluppate le
Reti Neurali.. E’ una linea di ricerca in competizione con
l’IA, e caratterizzata dall’essere sub-simbolica: le Reti non operano
con programmi centralizzati CPU su simboli. Fanno emergere i simboli
dalla attività delle immense costellazioni di "nodi" di cui sono
composte, in cui i segnali sono processati in parallelo (e non in serie
come nella IA). La rete non è lineare ma intersecata, capace di
modificare se stessa continuamente e di apprendere. Il pensiero della
macchina, secondo questo ricchissimo filone di ricerca, emerge da
calcoli non localizzati che si svolgono in una precisa struttura
morfologica, costruita sul modello delle connessioni di neuroni nel
cervello animale.
Qui è l’hardware a modellizzare la mente, o
meglio il wetware, com’è chiamato il cervello da questi ingegneri
del pensiero.
La Robotica concepisce la mente come
imprescindibile da un "corpo", ovviamente meccanico. Apre grandi
prospettive applicative, ed è molto studiato da università e
multinazionali giapponesi: forse per lo spirito di questo popolo che
eccelle nella componentistica elettronica ma non brilla nel campo del
software e della logica, in cui sono insuperabili americani, europei e,
sempre di più, indiani. I modelli di punta tuttavia provengono dal MIT
di Boston e sono strani insetti meccanici o computer "bambini", che –
dicono - stanno crescendo e imparando dalle interazioni con il mondo ed
oggi sono paragonabili ad un umano di 1-2 anni. Spesso sono modelli a
reti neurali che riescono ad evolvere partendo dal loro "corpo" e grazie
a meccanismi di feedback, il rientro di informazioni in base
all’azione appena compiuta. Il software che li guida è
limitatissimo, e serve a gestire gli schemi di reazione allo stimolo,
senza alcuna logica formale o regole di inferenza. Questo approccio,
come quello delle Reti Neurali è detto bottom-up: dal basso delle
percezioni ed azioni semplici, all’alto della emersione di una mente
logica e di una rappresentazione del mondo.
Altre idee stimolantissime vengono esplorate: gli Algoritmi
Genetici, capaci di riprodursi e di selezionarsi, e i mondi
della Vita Artificiale (VA) dove, forniti i parametri
iniziali e lasciando girare il sistema, intere specie virtuali si
sviluppano e si estinguono, imparano a giocare, a socializzare, a
combattere. I risvolti applicativi non sono solo giochi elettronici o
salvaschermo da allevare: a questi enti artificiali si insegna a
pilotare caccia simulati per azioni di guerra, e registrano prestazioni
superiori ai migliori top-gun.
La VA connette il concetto di mente a quello di vita. Entrambi
sono frutto di una specialissima evoluzione delle informazioni che
costituisce l’ambiente, il corpo e le percezioni: schemi di mutazione
casuale e selezione darwiniana fanno emergere intere zoologie virtuali.
Sono "enti" privi di sensazioni, ma vincono, si riproducono, evolvono. E
questo basta.
Un altro approccio di programmazione è il Computer
Enciclopedico (Cyc), che si propone di simulare quel Senso
Comune senza il quale le macchine non riescono a creare un contesto per
le loro operazioni: sono necessari miliardi di informazioni per questo
programma, che richiederanno decine di anni di lavoro per essere
immessi. Una volta completato, si spera che le reazioni delle macchine
saranno calcolate sulla base di tutto ciò che l’uomo sa, ma che dà per
scontato (ad esempio tutta una sezione di programmazione è dedicata alla
morte, che era sconosciuta alle macchine e che qui viene ridotta a
concetto logico astratto ma di cui terranno conto).
Qui la mente
umana è concepita come una sterminata mole di informazioni e di schemi
di reazione.
La ricerca sui Computer Affettivi parte
dal riconoscimento che l’assenza di emozioni è un limite allo sviluppo
dell’intelligenza. E’ vero che nell’uomo troppa emotività blocca
pensiero e l’azione, ma nelle macchine la sua assenza non le fornisce
delle preferenze e dei gusti che sono indispensabili per decidere e
guidare le scelte operative. Non potendo costruire macchine senzienti,
si costruiscono computer con "termostati delle emozioni", in grado di
registrare lo stato d’animo dell’umano utente per ottimizzare le sue
prestazioni, imparare e personalizzarsi e di interagire con lui
simulando algoritmi affettivi.
Menti simulate come Insetti sociali
Colpita dalle critiche dell’approccio bottom-up, la IA
classica dei software ha reagito in modo creativo, ed oggi la ricerca
avanzata lavora su IA delle Menti Distribuite. Si tratta
di società di agenti intelligenti programmati per lavorare per un
obiettivo ma che non hanno un piano collettivo: solamente reagiscono a
stimoli esterni e si coordinano tra loro. Il modello di mente che ispira
queste ricerche viene dagli studi sugli Insetti sociali (tèrmiti,
formiche, api) ed è, per un entomologo come chi scrive,
interessantissimo. Le tèrmiti si dividono i compiti secondo caste
programmate in modo più o meno rigido, su un numero di individui
numerosissimo ed in strettissimo accoppiamento funzionale. Il loro
programma sono semplici regole per gestire la reazione alle interazioni
e per modificarla. Comunicano, si coordinano, reagiscono a segnali
(odori, vibrazioni, contatti tattili, scambio di cibo per rigurgito,
marcature del territorio) secondo soglie oltre le quali "scaricano"
determinati comportamenti, che non sono scopi o funzioni ma solo la
risultante della loro struttura e delle loro interazioni. Le attività di
costruzione, ricerca di cibo, cura dei piccoli etc., più che frutto di
idee sembrano le bolle che si producono nell’acqua quando raggiunge i
100°C. Questa emersione di comportamenti complessi ha aspetti
impressionanti. La ricerca di cibo può avvenire in modo cooperativo ed
efficientissimo a centinaia di metri di distanza dal nido, seguendo
autostrade chimiche (sono insetti ciechi) che danno a chi le percorre
informazioni su qualità e distanza del cibo, che si rinforzano o si
modificano nel tempo; nessun individuo sa singolarmente dov’è il cibo e
quale è, né dove si trovi esso stesso mentre cammina: l’insetto si
limita a reiterare nel tempo il suo comportamento programmato. La
costruzione dei termitai di alcune specie tropicali si slancia ad
altezze che, in proporzione per noi uomini, rappresentano grattacieli di
3-4 Km che ospitino 5-6 milioni di individui; sono gestiti perfettamente
con servizi di pulizia e sanificazione, condotti di aria condizionata
che vengono continuamente allargati ed ostruiti per una regolazione
finissima di temperatura e umidità, continui lavori di manutenzione,
strade, campi (coltivano funghi), pozzi: il tutto senza un architetto né
una gestione centralizzata (CPU) ma svolto da milioni di agenti che
agiscono in grande autonomia in base ad un semplice programma con un
obiettivo proprio, da cui emerge una cattedrale inconcepibile. La stessa
regina non è certo il "capo", ma solo il "programma di riproduzione",
costretto a passare la vita immobile tra continue gravidanze e
parti.
L’estrazione di modelli algoritmici per descrivere queste
super-menti sovraindividuali e cooperative, ha un grande futuro nel
campo della IA. Gli agenti intelligenti hanno fatto la loro comparsa
all’interno dei giganteschi programmi di British e France Telecom per la
gestione delle linee sovraffollate di chiamate: viaggiano lungo le
linee, ne misurano il traffico, e se necessario lo deviano su linee
libere e veloci, "marcandole" in modo che le successive comunicazioni
seguano la stessa strada.
Questo modello è diventato anche, negli
anni ’90, un’altra potente metafora della mente umana: non più solo
logica formale, né solo morfologia di connessioni, ma interazione tra
sub-agenti (al di sotto della percezione cosciente) che competono e
collaborano per accedere al livello conscio. La coscienza di questa
mente sarebbe tuttavia un livello illusorio: ci raccontiamo un
Io-spettatore che è solo una proiezione, necessaria per interpretare le
nostre complesse funzioni. In pratica non c’è nessuno che vive e sente,
solo un formicaio di agenti frenetici.
Di fronte alla potenza di
suggestione di questi modelli di mente, voglio presentare subito due
critiche per vagliarne l’attendibilità.
La Critica esperienziale
Se una di queste interessantissime teorie sulla mente fosse
provata vera, - nel senso che il meccanismo di pensiero umano funziona
secondo quel modello – questo sarà un grande giorno per l’uomo. Ma,
partendo dalla mia esperienza, non potrei prescindere da un fatto: se la
teoria la verifico e mi convince, essa è un fenomeno che appare davanti
a me, e bisogna che ci sia IO per essere convinto! IO è qui inteso non
in senso psicologico ma di coscienza a monte che sente e sa, una Mente
Vivente, accesa.
Chi vive in modo oggettivo come le menti sintetiche? Come dice
T.Nagel, un importante filosofo americano "non esiste uno sguardo da
nessun luogo"[7]: io, soggettivamente, sono
sempre da un punto di vista, che precede ogni teoria ed
affermazione.
Alcuni autori della IA[8] negano decisamente
che nell’uomo esista IO, la coscienza. Questo è coerente con la loro
impostazione, perché se la ammettono cadrebbero in una forma di dualismo
(materia-mente) che contrasta con il monismo (tutto è materia)
scientifico.
Ma negare l’IO non fa che confermarlo: ci vuole un IO a
monte davanti al quale transiti l’idea "non c’è coscienza". Allora si
arriverebbe al paradosso: IO, che sono, dico che non c’è IO!
Se
quanto sopra vi sembra un solo un sofisma, potete aspettare un argomento
più convincente, che si presenta nei momenti intensi della vita. Di
fronte alla morte - magari non nostra, ma di chi amiamo - irrompe un
sentire esistenziale, un senso tragico a cui non si sfugge. Come mi
rapporto a questi avvenimenti? Freddamente?
Ed anche la vita a volte
si svuota in modo vertiginoso. Sapori e progetti si rivelano senza
significato, anche alzarsi dal letto è un colossale problema: che senso
ha vivere? A che serve?
Nell’uomo questi momenti tragici portano
tutto su un piano assoluto. Il benessere, la qualità del vivere non sono
più importanti, ma c’è solo esistenza nuda e dolente[9]. Non è un PENSO calcolante, ma
un SENTO nella sua forma più potente, che nessuna macchina potrà mai
riprodurre. La paura di morire di HAL9000 e degli androidi Replicanti[10] non preannuncia uno
sviluppo della IA, ma è solo una metafora artistica della condizione
umana. Un computer può disperarsi fino al suicidio?[11]
Il grande
assente nella IA è il SENTO. La macchina potrà solo reagire a segnali,
allo stesso modo di un termostato, e simulare le funzioni, i meccanismi,
le operazioni. Ma tutte le funzioni della mente umana sono impregnate di
sentire ad ogni istante. E’ la sorprendente capacità attuale di
star-sentendo, di far esperienza[12] che ogni essere vivente
senziente, come è appunto chiamato in Oriente condivide con noi.
Nel
campo delle scienze cognitive Thomas Nagel ha impostato con precisione
la questione: "si prova qualcosa ad essere un organismo con
un’esperienza cosciente"[13]. Sono le sensazioni
qualitative elementariQualia - che noi tutti percepiamo ad ogni
istante: proviamo qualcosa gustando il "sapore di fragola" o vedendo il
"colore rosso". Potremmo definirli solo con pochi insignificanti
aggettivi, ma per conoscerli dobbiamo sperimentarli, sentirli.
Per
chi studia la mente riducendola a informazione o ad elementi
fisico-chimici, i Qualia sono un grosso problema. Per spiegarli il
filosofo americano Daniel Dennet li assimila al reagire: la sensazione
"sapore di fragola", è l’insieme delle abitudini a reagire a un certo
stimolo[14].
Vediamo ora come possano
essere invece uno straordinario tema di indagine
sperimentale.
Meditare: Riduzione al Qualia senza contenuti
Calarci in Meditazione significa immergerci in un territorio in
cui diviene interessante non un oggetto o un’idea, ma l’atto stesso di
sentire. Nella esperienza di Meditazione non si sente più
"qualcosa ": si sente il sentire.
Creando le opportune condizioni di silenzio, immobilità e
intensità, possiamo rilanciare più in profondità la domanda sui Qualia
(cosa è vedere il colore rosso, o gustare una fragola?). Ora possiamo
togliere l’attenzione dal suo oggetto (rosso, fragola) e ridurci al
fenomeno stesso dello star-vedendo, star-gustando, senza contenuti[15]. Cos’è? E’ come chiedere:
quale è il sapore della mia lingua? Per indagarlo dovrei utilizzarla...
non so cosa dirne, ma non posso negare che stia succedendo… e intanto si
intensifica questo mistero del sapore. Meditare è lo strumento per un
ripiegamento estremo: da me stesso a me stesso, cosa è l’indubitabile
"sentire"? Sento che sento, sento che sono vivo…cos’è?
La lingua sa solo di lingua, e l’esistenza sa solo di esistenza.
Ora posso tornare alla fragola e vedere che ha la stessa natura
intraducibile: sa solo di fragola. Questi dati primi dell’esperienza non
li confronto, non li definisco. Li vivo. Ma ancora si rilancia: Chi li
vive? Cos’è IO?
Queste sono solo parole, ma nella densità della meditazione si
reagisce potentemente ad un incontro con se stessi. Quando il sentire
sente solo se stesso, si attinge con un tuffo al cuore al dominio della
esistenza, ci si risveglia allo stupore di esserci senza causa. E delle
sue implicazioni
La meditazione è un metodo rigoroso (ma non è una "tecnica", in
quanto opera sul sentire e non solo con operazioni e simboli) che
richiede da un lato apertura e vulnerabilità ai dati che emergono come
sensazioni profonde, e dall’altro un serio addestramento. Occorrono "ore
di volo" per sviluppare specifiche abilità nel cogliere e discriminare
particolari, nominarli, porre domande precise, rilanciare le risposte.
E’ una strada che si affronta con una forte motivazione al Vero, più che
al benessere a tutti i costi: non è difficile iniziare un corso di Yoga
di questo tipo, anzi è divertente, ma se non siamo motivati a capire
come stanno veramente le cose, è difficile stare dentro allo stato
meditativo e scavarci.
Ora cerchiamo di individuare il nucleo filosofico delle diverse
strategie per rapportarsi con la mente. Quella dell’Occidente è di
rendere la mente oggettiva e riprodurla, ma in tal caso non considera il
SENTO e l’IO; la strategia dell’Oriente è di interrogare là dove il
sentire è più denso, dove nasce IO: al principio della mente.
Rappresentare la mente
Intendere la mente come un computer è un pensiero semplice,
facile da agganciare e che va bene a tutti. Ci leva dall’imbarazzo di
pensare a noi stessi come un mistero ambulante e ci associa tutti in una
metafora potente e diffusa.
Questo fraintendimento nasce dalla incapacità di fondo
dell’Occidente di connettersi con il proprio sentire, con la
soggettività[16], e della sua abilità a
rappresentare, in altre parole a creare simboli di ciò che ha
percepito ed a operare su di essi.
Da 2000 anni[17] questa strategia porta
indubbi vantaggi: grazie alla capacità di rappresentare, l’uomo
occidentale si è liberato dalla necessità di esaminare tutti i casi
particolari della realtà, è stato in grado di estrarre da alcuni di essi
le strutture generali che potevano poi essere applicate su tutti gli
altri (ad es. la logica, le leggi di natura etc.); ha potuto così
manipolare con grandissima efficienza il mondo. L’ascesa della
rappresentazione a regina della vita mentale è uno strumento
formidabile, ma è anche la perdita della percezione diretta.
L’uomo rappresenta anche se stesso come cosa tra le cose: tutti
modelli visti sopra sono rappresentazioni della mente (istruita
dall’alto, emergente dal basso, evoluta per selezione, distribuita in
miriadi di sottoprogrammi), astrazioni poste di fronte a sé, in
3°persona, della mente che viviamo in 1°persona. Per capire la
differenza, ponetevi in un angolo da cui possiate vedere tutto il volume
della vostra stanza: l’angolo da cui guardate resterà fuori, non lo
vedrete, e questa sarebbe una visione in 1°persona. Ma per afferrare
tutta la situazione vi voltate, e lasciando fuori un altro pezzo della
stanza, acquisite i dati relativi all’angolo; poi con la capacità
d’immaginazione costruite un modello mentale della stanza, dove potete
anche collocare una rappresentazione di voi stessi come foste un altro,
un Lui in 3°persona. Applicando la stessa strategia lo scienziato
costruisce una rappresentazione della mente (ovvero di tutta l’attività
di rappresentazione) come se non fosse dentro di essa, ma come se la
vedesse da fuori; per cui le sue sensazioni sono reazioni (come le si
osserva su un altro uomo) e la sua coscienza è solo una funzione di
automonitoraggio.
La visione dell’universo che in genere ci rappresentiamo è quindi
un rotondo e smisurato pallone con dentro noi stessi. Ma se ci poniamo
nella prospettiva IO, l’universo è invece costellato di buchi neri
senzienti, capaci di agglomerare intorno a sé corpi, cervelli, pensieri
logici.
La mente vivente, IO, è questo buco sul mondo, sempre
accompagnata dal mistero del sentire. Sperimentiamola.
La prospettiva IO
Torniamo alla vostra stanza: se la osservate in "presa diretta"
dalla 1°persona, la vedrete come nel disegno - in apertura d’articolo -
del grande fisico ottocentesco Ernst Mach[18]. Si evidenzia una sorgente
di percezione, e con un occhio chiuso cogliete l’arcata del
sopracciglio, il naso, il baffo (se l’avete) e la scena davanti.
Guardatela senza rappresentarla ma "incontrandola", nel momento denso ed
attuale dello star-guardando.
Il disegno indica – senza mostrarlo – il vostro luogo
dell’attuale-cosciente, del Qui Aperto sul mondo. E che non è una "cosa"
del mondo. L.Wittgenstein l’ha espresso nel suo stile essenziale ed
abbagliante: "Il Soggetto non è parte, ma limite del mondo"[19].
Il sistema della nostra esperienza cosciente, esattamente come lo
ha disegnato Mach, ha una struttura aperta da un lato – il nostro lato,
qui – e chiusa dall’altro.
Da questa parte, qui, c’è un vuoto assolutamente limpido[20], mentre dall’altra, là, c’è
il pieno degli oggetti della stanza.
Questa prospettiva IO, soggettiva, è propria dello studio della
mente com’è condotto in Oriente. Meditare è frequentare quel Principio
misterioso cui si presentano sensazioni e rappresentazioni, ma che non
si sente e non si rappresenta. La sua natura di mistero non esclude che
vi possiamo applicare intelligenza, al contrario di quanto affermano
diversi autori anglosassoni[21]: si può invece indagare,
chiarire sempre meglio nella sua struttura e significato. Il fascino che
emana ha spinto generazioni di meditanti a frequentarlo.
Sospensione sull’Irrappresentabile
IO, l’essenza della mente, non ha la natura di un pensiero. Io
sono la irrappresentabile capacità di pensare, non il contenuto di un
pensiero, che lento o rapido, mi sfila davanti. Io sono – com’è evidente
in meditazione – anche quando non penso.
Forse, anche senza ricorrere alla meditazione, sarà la tecnologia
a spingere l’uomo sul bordo interno di se stesso. Quando i nostri figli
o pronipoti – grazie alla genetica ed alle interfacce bio-elettroniche -
saranno modellati in corpi perfetti e menti velocissime, connesse a
tutte le informazioni planetarie a ritmi sempre più rapidi ed
estranianti… Chi le sta abitando? Che cosa sono io?
Ogni volta che ci facciamo queste domande, non riusciamo più a
rappresentarci lo stato delle cose. Il problema si sposta
vertiginosamente a monte, assume le caratteristiche di un indecidibile.
Ciò che cerchiamo, IO, precede l’atto del rappresentare, ci supera
sempre.
Ma non per questo è un problema mal posto: semplicemente il
Fruitore della mente non è rappresentabile con un simbolo. La domanda
"Cosa sono?" è capitale, ma non ha risposta. In questo campo
l’atteggiamento razionale non è tirare conclusioni, ma lo stare sospesi:
cos’è Io? Cos’è che vede le operazioni della mente?
Il Soggetto non è l’unico Irrappresentabile: anche relativamente
alla questione dell’origine del mondo, non riusciamo a concepire
alcunché. Da dove viene Tutto ciò che è? Che venga dal Big-bang o che
esista da sempre, Tutto l’Essere non può essere venuto fuori dal nulla
(che niente produce); può forse essere stato creato da qualcosa (un Dio)
ma l’Ente creatore, essendo, deve esser venuto fuori anche lui da
qualche parte….
E per unire le due questioni: non vi sembra pazzesco che ora ci
sia una Mente, questo buco di presenza, che segue queste parole? Perché
c’è? Da dove?
La Meditazione affronta questi abissali quesiti, dove la logica
non ci sostiene più. Grazie a tre elementi: l’esperienza -
piuttosto che l’esperimento oggettivo; la pratica della
domanda - piuttosto che della risposta ad ogni costo; e l’aiuto
di una belva di Maestro che impedisca alla mente calcolante o
emotiva di concludere, la addestri a restare sospesa.
Conclusione?
Di quanto detto vorrei rimanesse questo:
1) che è fondamentale suddividere gli ambiti. La scienza e
la tecnologia affrontano i problemi relativi all’ambito oggettivo, e lo
fanno con risultati preziosi per noi tutti. Ma non sono strutturalmente
adeguate a indagare l’ambito soggettivo (non dei contenuti individuali
ma della struttura irrappresentabile che tutti condividiamo) i cui
problemi sono il dolore, il senso, i valori ed i significati. La
Meditazione è una concreta possibilità per affrontare quest’ambito,
sperimentalmente.
2) che le macchine della IA non sono menti, ma solo potenti
protesi artificiali della mia mente. Strutturalmente sono
analoghe ad un arto metallico, estensioni piene di informazioni e
calcoli: sono conoscenza svuotata di sentire e di esperienza. Potranno
replicare e potenziare tutti i meccanismi della mente umana (funzioni,
memoria, calcoli per secondo, etc.), perché si tratta di fenomeni fisici
come le onde elettromagnetiche e la fotosintesi; ma il Dolore
Artificiale sarà possibile? Potrà una macchina sapere di essere viva con
un tuffo al cuore? O essere saggia? Sempre occorre un Fruitore capace di
cogliere le sensazioni e i significati, cosa che la macchina non può
fare[22].
3) cosa viaggia attraverso le funzioni delle menti biologiche
e delle loro protesi? Io cosa sono? Ritornate a quell’atto
primordiale con cui anche ora vi spalancate come apertura vuota. Lo
scopo della Meditazione è di tenervi su quell’apertura senza
concludere.
Può accadere allora, in un attimo di abbacinante stupore, di
aprirsi sull’esperienza quotidiana senza la mente che rappresenta,
calcola, o si compiace. E di realizzare di esistere invece che il nulla.
Sospesi.
Non ho dubbi che l’esperienza del risveglio all’esistenza sia
trasmissibile, perché io stesso l’ho ricevuta in questo modo; ed ho
visto molti altri, tenuti sul bordo estremo di se stessi da un Maestro
implacabile, realizzarla.
NOTE
[1]Questo è uno dei due
grandi modelli scientifici di spiegazione della mente umana, detto
Funzionalismo Computazionale che si dedica allo studio delle
funzioni logico-formali della mente; l’altro modello, denominato
Connessionismo Neurale, deriva dai sempre più approfonditi studi
sul cervello, e dichiara l’assoluta identità tra la base materiale
nervosa e tutti i fenomeni mentali. Queste visioni si stanno imponendo
ormai al grande pubblico, essendo ormai in netto regresso i precedenti
modelli: religioso (l’anima creata da Dio) e ideologico-storicistico (la
mente come il prodotto della cultura collettiva e della storia).
[2]Tra i più arditi, Marvin Minsky
del MIT di Boston ("La società della mente", Adelphi, 1996), Hans
Moravec della Carnegie Mellon University, ed il filosofo Donald Gillies
del Kings College di Londra.
[3]L’addestramento alla meditazione
illustrato viene insegnato da oltre 20 anni dai fondatori della
Associazione ASIA (www.assasia.it) che ha la sua sede nel
centro storico di Bologna, ed è stato condiviso negli anni da numerosi
sperimentatori che hanno convalidato i dati riportati nel presente
articolo.
[4]Già negli anni ’60
uno dei primi e più profondi maestri occidentali di Zen, Karlfried von
Durckheim, scriveva: "Molti sperimentano con l’ausilio di certe
"pratiche" una condizione di libertà momentanea, senza alcun vero
significato. […] Diventano una ginnastica che invece di guidare al
cammino interiore viene praticata al fine di migliorare la salute e
l’energia individuali" (da "Lo Zen e noi" (1961) Trad. It. per Ed.
Mediterranee, Roma 1992). E il sociologo Franco Ferrarotti, in un acuto
saggio, scrive: "All’insegna della new-age è cresciuta in pochi anni una
letteratura imponente che invariabilmente proclama "La verità è
altrove". Dove? Nessuno sa dirlo con precisione, ed a nessuno sembra
importare molto di stabilirlo. Predomina l’emotività sul ragionamento,
l’estemporaneità fondata su stimoli effimeri, che si riflette nella
rinuncia alla sequenza logica ed alla consecutio temporum […]
mentre il nesso causa-effetto è sempre più spesso sostituito dalla
copula "e…e…e…". (da "La Verità? E’ altrove", Ed. Donzelli, Roma
1999)
[5]Il Convegno più
prestigioso del settore si tiene ogni due anni a Tucson in Arizona, e
prevede sezioni sulle vie esperienziali e meditative allo studio della
mente e della coscienza a fianco di sezioni di neuroscienze e filosofia.
In Rete: www.consciousness.arizona.edu/Tucson2000.
[6]Per un
approfondimento: AA.VV. "Intelligenza artificiale", Le scienze Quaderni,
25,1985. - AA.VV "Mente e Macchina", Le Scienze Quaderni, 66,1992. -
AA.VV. "Filosofia della Mente", Le Scienze Quaderni, 91,1996. -AA.VV.
"L’Intelligenza", Le scienze Dossier, 1, 1999. - D. Hofstadter,
D.Dennet, "L’Io della mente", Ed. Adelphi, Milano 1992. -
Y.Castelfranchi, O.Stock, "Macchine come noi: la scommessa
dell’intelligenza artificiale" Ed.Laterza Bari, 2000.
[7]Thomas Nagel (1988)
"Uno sguardo da nessun luogo", Il Saggiatore, Milano.
[8]Daniel Dennet (1993)
"Coscienza", Rizzoli, Milano.
[9]Per una visione
letteraria molto incisiva mi permetto di segnalare oltre ai primi
racconti e romanzi di J.P.Sartre, anche un’opera dell’austriaco Peter
Handke "L’ora del vero sentire", Garzanti, Milano 1980. Non casualmente
è ambientata nella stessa Parigi dello scrittore francese, e ne riprende
i temi con rinnovata inquietudine.
[10]Sono rispettivamente
i protagonisti artificiali dei 2 cult-movie più noti sulle macchine
pensanti: "2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrik e "Blade Runner"
di Ridley Scott.
[11]Nella storia delle
menti artificiali è riportato il caso di un tentativo di suicidio:
Eurisko, costruito al MIT da Douglas Lenat negli anni ‘80, il cui
programma era capace di automodificarsi per scoprire sempre nuove
possibilità ed imparare: un giorno Eurisko "sviluppò un piano per
cancellare dalla sua memoria tutti i piani. Per fortuna questo piano
cancellò anche sé stesso prima di produrre troppo danno" (Lenat, citato
in: M.Minsky, 1985, "La robotica". Longanesi. Milano). Eurisko, fedele
alle sue istruzioni, ha calcolato e scoperto una possibilità
perfettamente logica, ma senza nessun sentire associato. Ed è stato
logico fino in fondo.
[12]E’ in base a questo
tipo di considerazioni che il noto neurofisiologo F.Varela si è dedicato
da molti anni allo studio dell’esperienza umana, dei fenomeni che si
vivono in prima persona, e per queste ricerche ha approfondito
l’approccio della meditazione buddista. Cfr. F.Varela, E.Thompson,
E.Rosh (1992) "La via di mezzo della conoscenza" Feltrinelli,
Milano.
[13]T.Nagel (1974) Cosa
si prova ad essere un pipistrello? In "L’Io della mente" a cura di
D.R.Hofstadter e D.C.Dennet, Ed. Adelphi, Milano, pag. 380.
[14]Dennet ("Coscienza",
Ed Rizzoli, Milano, 1993), ritiene che il sentire non sia solo da
ridurre a informazioni o biochimica, ma da eliminare tout-court
dal campo dei dati come costrutto illusorio del nostro modo di
verbalizzare. In base a ciò Dennet contesta la sensatezza di ogni
riferimento a stati interiori qualitativi. Lascio al lettore la critica
a questa posizione.
[15]E’ necessario
precisare che non si tratta di smettere di sentire o di pensare, né di
attingere ad un "puro sentire" senza oggetti di fronte. In realtà nella
meditazione non si eliminano i contenuti (rosso, fragola) ma si
considera tutto intero il fenomeno (star-vedendo-rosso) spostando il
fuoco dal contenuto, sempre presente (non può esservi un sentire senza
l’oggetto del sentire) alla struttura dell’atto originario che lo
contiene.
[16]Sulla incapacità del
pensiero occidentale di frequentare il vissuto interiore vedi Franco
Bertossa "Le prospettive della meditazione in Occidente" in ASIA antiche
e moderne vie all’illuminazione, n.16, Dic.2000.
[17]Martin Heidegger ha
genialmente descritto questo processo in cui l’essente – vivo e stupito
dell’esistenza - viene reso "ente", cosa tra le cose. Il filosofo
tedesco rintraccia l’origine di questo processo nel pensiero greco, da
Platone in poi.
[18]Ernst Mach visse dal
1838 al 1916. L’immagine è tratta dal suo libro "L’analisi delle
sensazioni ed il rapporto tra fisico e psichico". Mach riteneva che il
pensiero fosse dato da rapporti economici efficaci (attraverso categorie
e scale di valori) con le sensazioni, che considerava alla base
di ogni atto conoscitivo, prima della fisica (di cui criticava la
pretesa di essere la pietra fondante della conoscenza). Lo stesso
affermò E.Husserl, con il suo noto slogan "Torniamo alle cose stesse!":
alle sensazioni ed esperienze come si presentano alla coscienza, prima
delle idee e della logica.
[19]Ludwig Wittgenstein
(1889-1951) Tractatus logico-philosophicus, 5.632.
[20]Il termine "vuoto" è
qui usato in senso fenomenologico, che non è da confondere con il
profondo senso del termine buddista Shunyata: cfr, Franco
Bertossa "Shunyata e il nulla", ASIA a.m.v.a.i. n. 7,
Dic.1997.
[21]Tra gli altri il filosofo Colin
McGinn e lo scienziato Steven Pinker ("Come funziona la mente", Ed.
Mondadori, 2000) per cui questioni come la coscienza, il libero
arbitrio, la conoscenza ed il significato sono al di là delle capacità
cognitive della nostra specie, così come la teoria della Relatività è
inaccessibile ai cani, per cui è inutile occuparsene.
[22]L’acuta critica del
filosofo John Searle ha evidenziato (con l’argomento della "stanza
cinese") che ogni computer opera su simboli e rappresentazioni di cui
non conosce alcun significato. Una mente artificiale, minacciata di
distruzione, potrà calcolare correttamente i dati e gridare "aiuto!" in
modo estremamente credibile, ma non saprà cosa significa; non ci sarà
nessun sentire associato. (J.Searle "La mente è un programma?" Le
Scienze n.259, marzo 1990).
Roberto Ferrari, biologo
ricercatore nel campo degli Insetti Sociali e delle Scienze Cognitive,
opera presso l’Università di Bologna dal 1988. Mantenendo un confronto
costante tra le ricerche scientifiche e le tradizioni di indagine
sperimentale dell’Oriente, pratica Yoga dal 1986 presso l’Associazione
ASIA di Bologna. Insegna Yoga a Modena dal 1993, presso il Centro
Universitario Sportivo – CUS – dell’Università di Modena (robert.ferrari@tin.it).